Beni civici

 Usi civici 2008

Beni civici: patrimonio della collettiva locale
In Italia il patrimonio demaniale (i cosiddetti “beni civici”) ammonta ad alcuni milioni di ettari. Si tratta di una superficie immensa di proprietà collettiva che opportunamente utilizzate potrebbe contribuire a rilanciare l’agricoltura, la riforestazione e lo sviluppo degli ecovillaggi.

la storia dei beni civici; un’istituzione che dall’impero romano si è protratta quasi inalterata lungo tutto il medioevo. Ai cosiddetti servi della gleba erano difatti assegnate porzioni di terreno (in continuità con il patrimonium populi romani) da utilizzare collettivamente per coltivazioni di sussistenza o, più modestamente, per il pascolo, la legna da ardere, la raccolta di prodotti spontanei ecc… La situazione inizia a cambiare nel momento in cui si compiono i primi passi sulla via della modernità, precisamente con la rivoluzione francese e la progettazione di nuovi stati, repubblicani (caso della Francia) o monarchici (caso dell’Italia). Inizia infatti a delinearsi un esplicito tentativo di ricondurre le proprietà collettive (“feudi dei poveri”) nei perigliosi ambiti del mercato. Le popolazioni, tuttavia, contrasteranno molti tentativi concreti di “privatizzazione dei beni civici” e liquidazione degli usi civici minori (legnatico, fungatico e pascolo sulle terre private) ed alterne vicende porteranno, nell’Italia fascista, ad una “scrupolosa” legge di regolamentazione.

Una legge del ‘27

Senza addentrarci troppo in dettagli giuridici, la legge del 16 giugno 1927 n. 1766 (ancora oggi legge-quadro) connota – La liquidazione degli usi civici- su Beni comuni): “i beni civici come un tutto unitario e permanente, sottratto per principio alle vicende del mercato immobiliare ed all’appropriazione individuale” mentre destina i diritti civici minori – cui abbiamo già accennato – “alla conversione in una superficie di terreno di ammontare equivalente al loro valore, da conferire nel patrimonio collettivo”. In questo modo i beni in questione restano di uso esclusivo della comunità titolare e soggetti a divieto di alienazione e di usucapione. Continuano dunque ad essere oggetto di precisi diritti collettivi (dei membri delle comunità che li comprendono nel proprio territorio) che tuttavia, nel momento in cui non vengono segnalati, restano in uno stato di abbandono. In altre parole gli usi civici, come diritti residuati ed ereditati dagli ordinamenti precedenti, per essere goduti debbono -ancora oggi- essere prima riconosciuti. La figura istituzionale preposta al riconoscimento, tramite una sentenza (su richiesta degli interessati ma anche di ufficio), è il Commissario agli Usi Civici. Questi è inoltre incaricato di distinguere tra quelli da liquidare (i diritti civici minori) e quelli da consolidare e di accertare quali sarebbero convenientemente utilizzabili come bosco e pascolo (del tutto inalienabili) e quali per la coltura agraria (in qualche caso, come da articolo 9 della legge del ‘27, “sdemanializzabili” – magari per consentire a qualcuno che vi ha edificato abusivamente di regolarizzarsi). Nel tempo il riconoscimento degli usi civici è stato tutt’altro che sistematico, tanto che a tutt’oggi non si conosce, se non approssimativamente, l’ammontare complessivo della superficie demaniale in Italia (sembra costituisca addirittura un sesto del territorio nazionale).

Il ruolo delle regioni

Con l’attribuzione di compiti amministrativi alle regioni (legge 616 del ’77), gli accertamenti sugli usi civici sono diventati, di fatto, di competenza regionale, passando dall’ambito giurisdizionale a quello amministrativo e rendendo la figura del commissario quasi superflua. Oggi, dunque, le regioni tendono ad accertare autonomamente -malgrado gli accertamenti amministrativi non abbiano, al contrario di quelli commissariali, valore di legge – la presenza o meno del vincolo di uso civico su porzioni del loro territorio. Di conseguenza i “diritti latenti” sui beni civici vengono spesso ignorati, anche in virtù di una generale atomizzazione e noncuranza delle comunità che ne potrebbero godere. In conclusione, porzioni anche consistenti del patrimonio demaniale, in assenza di una “rivendicazione dal basso” e con la neutralizzazione – di fatto – della figura istituzionale che ne dovrebbe curare il riconoscimento giuridico e dunque la legittimazione, finiscono spesse volte per essere venduti dai comuni e dagli enti agrari a privati acquirenti o per essere occupate abusivamente. Per riportare un esempio clamoroso, nel Comune di Ardea, in provincia di Roma, “sono state realizzate abitazioni, strade e piazze – tutte abusive – su quattromila ettari di terreno gravati da uso civico”. I fatti più recenti, del resto, non sembrano invertire la rotta: la Regione Lazio ha appena varato una legge che autorizza i comuni alla vendita e alla liquidazione dei beni civici (anche in caso di terreni boschivi) e nella stessa direzione stanno andando altre regioni.

Alcune proposte

In aperta controtendenza si propone l’istituzione, su base regionale, di una agenzia degli usi civici e dei diritti collettivi, con la possibilità di promuovere degli accertamenti definitivi – un monitoraggio su scala nazionale, propedeutico ad una planimetria catastale – e con lo scopo di garantire agli utenti terre che potrebbero essere valorizzate in vari modi. Considerato, ad esempio, che lo stato italiano ha un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti in materia di legname, potrebbe essere intelligente promuovere una nuova forestazione sugli usi civici ed assumere manodopera da stipendiare utilizzando, innanzitutto, la macroscopica percentuale di fondi per il re-impianto forestale che vengono, ogni anno, restituiti a Bruxelles perchè non utilizzati. Allo stesso tempo, porzioni del patrimonio demaniale potrebbero essere date in concessione a cooperative agricole (meglio se a indirizzo biologico) o ecovillaggi, che potrebbero tra l’altro essere incentivati al restauro degli abitati, al recupero dell’ambiente, alla ripopolazione di aree montane e a diventare, più generalmente, “custodi del territorio”.

Come individuare gli usi civici

Non è facile conoscere gli usi civici presenti nel proprio Comune o nella propria regione perché manca un elenco dettagliato. La soluzione migliore è quella di avanzare un’istanza al Commissario agli Usi Civici di competenza per conoscere se determinati terreni rientrano negli usi civici (meglio se si indicano con esattezza i dati catastali). Per conoscere invece gli usi civici presenti in una determinata zona si può andare al Catasto e chiedere l’elenco delle terre che sono di uso civico. Purtroppo a questo livello c’è una grande confusione di termini. In qualche caso si parla di “terreni asserviti al Comune” o “asserviti agli usi della comunità locale”, bisogna avere la consulenza di qualche tecnico in grado di saper leggere il catasto. In alternativa si può andare dal Giudice e chiedere di conoscere le terre civiche presenti in un determinato comune. Se ci sono già degli accertamenti la cosa è relativamente semplice, se non esistono il Giudice è tenuto a farli e questo può richieder molto tempo perché si tratta di fare una ricerca storica, in quanto si tratta di consultare documenti risalenti a centinai di anni fa.